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Il Fatto: girando per Milano, è impossibile non incappare nelle affissioni di Kate Moss – nuova testimonial per Mango - che indossa un magnifico vestitino molto modaiolo e estremamente primaverile. Costo: € 12,99. Urca!
Il mio iniziale interesse verso quel vestitino si spegne in un soffio… perché mai?
Da un punto di vista aziendale, la scelta di Mango può sembrare sensata. L'Azienda infatti ha annunciato un abbassamento del 20% dei prezzi della collezione per adattarsi alla situazione economica attuale, offrendo qualità ad un prezzo migliore e allo stesso tempo un prodotto di tendenza. Ma dal punto di vista dei consumatori? Davvero un prezzo così vantaggioso invoglia l'acquisto?
L'abitino di cui sopra potrebbe benissimo costare 35-50 euro, e sarebbe egualmente conveniente. Il fatto di metterlo in vendita alla metà della metà del prezzo probabilmente non risolve il problema della crisi degli acquisti di impulso. Di abitini simili ne abbiamo pieni i guardaroba e potremmo ben farne a meno di un altro. Ma l'impulso non è solo guidato da una valutazione economica, altrimenti qualsiasi prezzo (anche 10 euro, o 6) potrebbe essere inadeguato. Qualsiasi cifra (anche 1 euro) pagata per un oggetto che non ci serve è decisamente alta.
Il desiderio di acquistare qualcosa di superfluo è legato anche ad una voglia coltivata nel tempo, un trattenersi per poi concedersi, un incontro improvviso con ciò che si attendeva da tempo (lungo o corto che sia).
I consumatori non esauriscono nel solo portafoglio la complessità delle loro scelte di shopping. Neppure il ricorso a Kate Moss (che in questo momento su altre affissioni cerca di sedurci anche a vantaggio di Rimmel, Dior, Liu Jo, Valisere e chissà cosa altro) può chiudere con velocità quello che rimane un processo che ha radici all'interno dell'individuo.
L'abbondanza leva la fame. L'eccessiva disponibilità di merce toglie il desiderio del possesso. Un abito a 12 euro è accessibile, troppo. Si può acquistare di impulso e la decisione può prendere forse un paio di minuti del nostro tempo. Ma non ci darà mai il senso del valore di quell'abito. Il gusto di poterlo desiderare un pochino di più. Il ricordo del piacere dell'acquisto.
È giusto un pasticcino ingoiato in velocità, al cui gusto non si farà particolarmente caso. Una bulimia dei consumi che svilisce lo shopping stesso. E alla lunga lo uccide. Anche se da un punto di vista aziendale la strategia appariva così sensata…
Compito per tutti: proviamo a ripensare agli acquisti di impulso, eliminando l'interpretazione bulimica e rispettando i consumatori. Ricordiamoci come – da bambini – assaporavamo la gioia di un giocattolo a lungo studiato in vetrina…
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