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Per i giornali italiani la tornata di riunioni che si è svolta a Washington presso il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) a cavallo del weekend del 20 aprile (era il 25° meeting generale nella storia dell'ente) si è sostanziata in una sola frase pronunciata dal viceministro dell'economia Vittorio Grilli "In Italia la fase acuta della crisi è stata superata".
Come spesso accade ai nostri media, focalizzati su vicende nazionali e sulle sole dichiarazioni estemporanee dei protagonisti, si è un po' perso di vista il quadro generale dell'avvenimento, che ha portato il Fmi, a partire la lunedì 23, a rilasciare i tre principali bollettini semestrali che è solito produrre (World Economic Outlook, con le previsioni sull'andamento dell'economia mondiale; Global Financial Stability Report, ovvero come sta andando il sistema finanziario globale; Fiscal Monitor, che descrive i principali provvedimenti di politica economica nel mondo e i loro effetti), questa volta particolarmente importanti perché analizzano e interpretano la crisi dei debiti sovrani 2011/2012 che nell'edizione dello scorso settembre non era stata prevista. Ma anche la relazione estesa dell'incontro a cui Grilli ha partecipato, l'Euro Crisis Seminar, riunione al vertice per analizzare i problemi che stanno attualmente attanagliando la zona della moneta unica, decisamente vista come uno dei "punti deboli" nel tessuto economico e finanziario del pianeta.
Partendo proprio dall'Euro Crisis Seminar (che si è svolto a porte chiuse) si deve prima di tutto notare il fatto piuttosto significativo che il Fondo non esclude affatto ulteriori e più grave turbolenze sulla moneta unica europea. Nelle 22 pagine di sintesi diffuse il 23 aprile e nel successivo documento finale (http://www.imf.org/external/region/eur/index.htm) però l'Italia non viene neppure nominata fra i paesi le cui economie sono ancora sotto pressione per la crisi del debito pubblico e che rischiano di far "saltare il banco" dell'euro: questi sono, come prevedibile, la Grecia, l'Irlanda e il Portogallo, con caratteristiche diverse, dove per la Grecia la crisi è stata innescata dall'eccesso di debito pubblico, in Portogallo dall'azione congiunta della crescita fuori controllo dei prestiti pubblici e privati, mentre in Irlanda la crisi è nata dall'esplosione dei prestiti privati volti soprattutto a finanziare la bolla immobiliare. Grecia e Portogallo soffrono poi di bassa competitività dovuta ad un cocktail micidiale di bassa crescita e rigore fiscale esacerbato. Le ricette volte a far ripartire la crescita e a restaurare un clima di fiducia per gli investitori, secondo il Fondo non possono essere che "mirate e di lungo periodo".
Il World Economic Outlook (http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2012/01/index.htm) si apre spiegando che fra settembre 2011 e aprile 2012 l'area euro ha subito "un'altra crisi acuta" legata alle preoccupazioni sulla sostenibilità del debito sovrano di Italia e Spagna, ma che gli effetti disastrosi di questa crisi acuta (dubbi sul rinnovo dei debiti, congelamento del credito bancario, crollo di fiducia, vistoso rallentamento delle attività economiche) sono state in larga parte superate grazie a un deciso cambio di passo con l'adozione di politiche di rigore fiscale nei due paesi dopo le elezioni in Spagna e il cambio di governo in Italia.
Il Fiscal Monitor (http://www.imf.org/external/pubs/ft/fm/2012/01/fmindex.htm), di solito il documento più "duro" del Fondo, perché contiene le raccomandazioni per le politiche di rientro fiscale dei governi (in questa edizione il sottotitolo non lascia dubbi in merito: Bilanciare i rischi delle politiche fiscali), spezza una lancia in favore del rigore delle politiche di rientro e mette in guardia dalle facili illusioni di rilancio della crescita attraverso politiche espansive, sottolineando come "sul medio termine la maggior parte delle nazioni rimane vulnerabile a nuovi shock inaspettati, con margini molto stretti per la correzione". "Nell'attuale contesto recessivo l'impatto negativo delle politiche di correzione fiscale sulle attività non può che essere ampio. I benefici possono tardare a manifestarsi, sono possibili nuove tensioni sugli spread: per questo sono preferibili politiche di rigore graduali piuttosto che manovre di impatto violento". "Spesso le nazioni adottano politiche di flessibilità che sembrano dare vantaggi a breve termine ma non ne hanno a medio lungo termine. La necessità di ridurre il peso del debito e della spesa corrente significa che le nazioni che possono permettersi di attuare politiche espansive oggi sono decisamente poche". In altre parole, bassa crescita e carenza di credito rischiano di stare con noi ancora a lungo, è bene non illudersi del contrario.
Il Global Financial Stability Report (http://www.imf.org/external/pubs/ft/gfsr/2012/01/index.htm) conferma questi dati, spiegando che se negli ultimi sei mesi la tensione sugli spread dei titoli di debito sovrani si è parzialmente riassorbita, è ripartito il mercato interbancario e il prezzo dei corsi azionari si è un po' ripreso, tuttavia la tensione sulle banche europee permane, sostenuta dalla percezione di elevati rischi dei debiti sovrani, una crescita molto debole dell'area euro, richiesta di garanzie crescenti a fronte del rinnovo dei debiti in scadenza e dalla richiesta di requisiti di capitale più stringenti. Secondo il rapporto le maggiori banche europee entro la fine del 2013 vedranno una riduzione complessiva degli attivi per oltre 2 mila miliardi di euro pari ad almeno il 7% degli asset totali. Fatto che certamente non lascia molti margini per sperare in una ripresa a breve del credito a famiglie e imprese.
In altre parole è dunque probabilmente vero sì quello che ha detto Grilli, l'Italia è fuori dalla fase acuta della crisi. Ma da questo a intravvedere le condizioni per una ripresa fra qui e le probabili elezioni politiche, ce ne corre.
Naturalmente qualcuno sarà pronto a obiettare polemicamente che questo è "solo" il giudizio dell'organismo internazionale diretto da Christine Lagarde, un branco di rigidi tecnocrati al servizio delle banche, esponenti della cultura che ha portato alla crisi e che adesso non sembra esser capace di portarcene fuori. Ma resta il forte dubbio che qualsiasi attacco di questo tipo venga invece da parte di politici che a forza di promettere miracoli che puntualmente non si sono avverati hanno veramente messo l'Europa in condizione di competere poco e male su un mercato che gentile con i più deboli non è mai stato. Peccato che oggi, con le nostre economie invecchiate e impoverite, fra i deboli ci siamo anche noi. E che fra poco più di un anno si torni a votare…
- 08.5.2013
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