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Ci sono due scuole di pensiero sul vero stato di salute dell'economia italiana. Sfortunatamente, concordano su un punto cruciale: cioè a dire, l'economia fa fatica e questa fatica ha profonde ragioni strutturali e condanna l'Italia a crescere meno dei paesi vicini: quando le cose vanno male, da noi vanno peggio, e quando vanno bene, da noi vanno meno bene. Detto questo, una delle due scuole di pensiero sostiene che l'economia è in declino e l'altra scuola dice: "sì, le cose non vanno bene, ma l'economia non è poi messa così male come dicono le cifre".
Quali ragioni adducono i ‘meno pessimisti' per consolarsi sulle sorti dell'economia? Una delle evidenze statistiche che vengono presentate sta negli indici della produzione industriale e del fatturato. Detto brevemente, il fatturato dipinge un andamento meno brutto della produzione, segno che l'indice della produzione industriale non coglie appieno i cambiamenti in corso nella pelle dell'industria, nella composizione del tessuto produttivo, nello spostamento verso segmenti più elevati di valore aggiunto.
Prima di vedere le cifre, spendiamo alcune parole sul metodo. Naturalmente, il fatturato è una grandezza nominale, mentre l'indice della produzione è una grandezza reale. Per non confrontare le mele con le arance, bisogna quindi comparare due grandezze reali, ciò che può essere fatto deflazionando il fatturato con un opportuno indice di prezzi, così da trasformarlo in grandezza reale.
L'indice di prezzi ‘opportuno' sta di solito nei prezzi alla produzione, disponibili, nelle statistiche dell'Istat, sia per il mercato totale che, separatamente, per quello interno e per quello estero. Dato che la produzione industriale si dirige sia all'interno che all'estero, si è scelto come deflatore l'indice dei prezzi alla produzione per il mercato totale.
Come si sa, i prezzi dell'energia hanno subito violente oscillazioni in questi anni. Il peso del comparto energetico nel fatturato dell'industria può essere diverso dal peso nell'indice dei prezzi alla produzione, e in ogni caso si tratta di pesi fissi. Può essere utile, quindi, usare come deflatore sia l'indice complessivo dei prezzi che quello, disponibile presso l'Eurostat, dei prezzi esclusi i prodotti energetici.
Un secondo problema di metodo sta nel fatto che il concetto di fatturato non è lo stesso del concetto di produzione: produzione è quel che si produce, fatturato è quel che si vende. Fra i due ci son di mezzo le scorte.
Quel che si vende può venire dalle scorte e quel che si produce può non essere venduto ma andare ad ingrossare le scorte. Tuttavia, questa discrepanza è una questione di breve periodo. In un periodo più lungo il fatturato deve andare approssimativamente parallelo alla produzione, se non altro perché nessuno produce se poi non vende, e si può vendere solo quel che è stato prodotto.
Fatte queste precisazioni, vediamo quel che è successo. Il grafico mostra come questo parallelismo si sia mantenuto entro limiti fisiologici fino alla metà del decennio scorso, sia poi andato lentamente divergendo – in favore di un aumento più spiccato del fatturato reale rispetto alla produzione – fin verso il 2008, e poi, con lo spiegarsi della crisi e del successivo recupero, il parallelismo si è perso: il divario fra fatturato e produzione si è allargato.
Questo andamento è tipico di quel che succede nei punti di svolta strutturali, quando l'apparato statistico rivela la fatica a star dietro ai cambiamenti. I miglioramenti di prodotto, le innovazioni, i salti di qualità vengono riflessi nel fatturato, ma non compiutamente negli indici di produzione, che sono indici fisici: 10 magliette da 10 euro oggi portano un fatturato doppio di 10 magliette da 5 euro ieri; ma per la produzione si tratta sempre di 10 magliette...
- 24.5.2013
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