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Fra le minacce geopolitiche (nel senso di geo-sismico-politiche) che pesano sul corso della ripresa ci sono anche i prezzi delle materie prime. Il petrolio non è tornato a 150 dollari, come nella rovente estate del 2008, ma le altre materie prime, comprese le derrate alimentari, hanno riguadagnato quelle vette e sono anche andate al di là di quei record.
In effetti, la minaccia che viene da quei prezzi in salita è duplice, per non dire triplice. Primo, l'aumento dei costi incide sui conti delle imprese e, nella misura in cui queste trovino difficile aumentare i prezzi, comprime i margini scoraggiando così gli investimenti in capitale fisso. Secondo, i consumatori soffrono a causa dei più alti prezzi della benzina e di molti beni alimentari: l'aumento dei costi delle materie prime importate agisce come una tassa e lascia meno soldi nelle tasche delle famiglie, riducendo così la domanda di beni di consumo.
Terzo, le banche centrali, che hanno fra i riflessi pavloviani quello di aumentare i tassi al primo sentore di inflazione, rischiano di innalzare il costo del danaro. Cosa di cui non sono contenti né gli operatori privati né i governi: in un momento in cui questi ultimi sono obbligati a mettere in opera pesanti misure restrittive per correggere i deficit, un aggravio della spesa per interessi equivale a girare il coltello nella piaga.
Non c'è da stupirsi, quindi, se la questione dei prezzi delle materie prime è arrivata ai primi posti negli ordini del giorno della comunità internazionale. Non è chiaro quale sia la via da seguire per sventare questa minaccia. Ma i governanti devono dare l'impressione ai governati di essere preoccupati e di fare qualcosa in proposito. Ecco allora che la Francia, che ha la presidenza del G20 nel 2011, sollecita l'appoggio degli Stati Uniti per delle riforme che riducano l'instabilità e la volatilità dei prezzi delle materie prime (traducendo in soldoni, per abbassare quelle quotazioni scomodamente alte).
Il ministro delle Finanze francese, Christine Lagarde, ha recentemente dichiarato che l'Europa sarebbe d'accordo (a parte la Gran Bretagna), ma ci sono alcuni paesi che resistono (resistono non si sa bene a che cosa, dato che le misure per ridurre la volatilità non sono mai state esattamente specificate).
Comunque, prima di fare la cronaca di queste affannose voglie di calmiere, è bene dare uno sguardo lungo alla dinamica delle materie prime. Cominciando col tradurre quelle quotazioni in termini di prezzi reali. Quando si guarda all'inflazione di certi beni o gruppi di beni nel lungo termine, è più corretto usare il concetto di prezzo reale, che confronta il prezzo in questione con la dinamica generale dell'inflazione: quel prezzo è aumentato di più o di meno rispetto alla media degli altri prezzi?
Bisogna poi tener conto anche del tasso di cambio. Se l'indice dei prezzi delle materie prime è in dollari, lo si deflaziona usando l'indice dei prezzi al consumo americani. Ma se si vuole vedere come si è comportato il prezzo reale in euro, bisogna prima usare il cambio dollaro/euro per trasformare l'indice in dollari in indice in euro; e poi deflazionare questo indice con i prezzi al consumo dell'area euro.
Usando queste procedure per guardare al lungo periodo si ottiene il grafico che mostra l'andamento dei prezzi reali delle materie prime in dollari e in euro dal 1957 (per i prezzi in dollari) e dal 1973 (per i prezzi in euro). Questo utile "sguardo lungo" rivela chiaramente come i prezzi reali delle materie prime non si stanno comportando in modo anormale.
Da quando è cominciata quella vicenda di globalizzazione che ha permesso alti tassi di crescita a paesi affamati di materie prime, i prezzi hanno cominciato a reagire a un lungo sgretolamento che aveva svantaggiato i paesi produttori. E ancora oggi si mantengono inferiori ai livelli di cinquanta e più anni fa.
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