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Fra tumulti nel Medio Oriente e terremoti nell'Estremo Oriente, la ripresa dell'economia mondiale è oggi sottoposta a dure prove. Ci sarà forse bisogno di altre misure di stimolo?
Certamente sì in Giappone, dove i reggitori delle politiche economiche hanno già (giustamente) dichiarato che le preoccupazioni su deficit e debiti pubblici devono lasciare il passo alle spese per la ricostruzione. Ma la domanda si pone con maggior peso per l'economia americana, sia perché la buona salute del paese "numero 1" è essenziale per l'economia mondiale, sia perché in America è più vivo il dibattito fra due poli opposti sulle politiche di rilancio.
Queste linee di divisione si sono indurite in una contrapposizione frontale fra i due schieramenti politici. Da una parte, ci sono i repubblicani che vedono i passati interventi di sostegno come una deriva verso forme di "socialismo" estranee al cuore vivo della nazione: il governo americano, per salvare banche e imprese, ha assunto posizioni di controllo in grosse fette dell'economia reale e dell'economia finanziaria; e gli enormi deficit in cui è incorso hanno di fatto allargato la presenza pubblica nel sistema economico e proiettato simili ombre, attraverso il peso di un debito pubblico che le nuove generazioni dovranno subire, nel futuro degli Stati Uniti.
Dall'altra parte ci sono i democratici, che accusano i repubblicani di "macelleria sociale": i pesanti tagli alla spesa pubblica proposti da questi ultimi tolgono sostegni e garanzie di cui si vale la parte meno abbiente della popolazione e rischiano di far ricadere l'economia nelle spire della recessione.
Si capisce quindi come la prospettiva di ulteriori misure di stimolo polarizzi ulteriormente le amare divisioni di cui sopra e rischi di portare a uno stallo fra un Congresso repubblicano e un Presidente democratico. Tanto più che il dibattito si alimenta di altre contrapposizioni fra coloro che affermano come gli stimoli passati non abbiano funzionato perché hanno alimentato la sfiducia e coloro che affermano come gli stimoli non abbiano funzionato perché non abbastanza potenti.
In quest'ultimo campo è fermamente schierato il premio Nobel dell'economia Paul Krugman. Dalle colonne del New York Times Krugman ha reiterato più volte la sua opinione: le misure di sostegno sono state troppo timide e, come ha scritto recentemente, gli stimoli – meno tasse e più spese – messi in opera dal governo federale sono stati compensati da una politica di bilancio restrittiva a livello statale e locale.
I livelli inferiori di governo, infatti, non hanno la libertà di indebitarsi di cui gode il governo federale e, quando la recessione morde e si porta appresso la caduta del gettito e l'espandersi delle misure automatiche di sostegno, come i sussidi di disoccupazione, non hanno altra scelta se non tirare la cinghia.
Ma questa affermazione di Krugman non regge alla prova dei fatti. Il grafico mostra l'andamento dei conti pubblici, ai due livelli di governo, da quando la recessione ha iniziato – fine 2007 – alla fine del 2010 (ultimo dato disponibile). Come si vede, a livello federale il deficit è esploso, la quota delle entrate è scesa e quella delle spese è aumentata. A livello statale e locale, invece, le due quote non sono variate di molto e il deficit si è, sì, ristretto, ma di poco: 0.7 punti di Pil, contro un allargamento del deficit federale di ben 7 punti di Pil.
Il più che si possa dire, quindi, è che la restrizione ai livelli inferiori di governo è stata pari a un decimo delle misure espansive messe in opera a livello federale. Non ci sono quindi ostacoli tecnici a ulteriori misure espansive (queste non saranno annullate da politiche di bilancio statali e locali di segno opposto). Ci possono essere, e ci saranno, ostacoli di principio, ma l'esperienza insegna che quando la recessione incombe anche gli ostacoli di principio vanno messi da parte.
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