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Eppur si muove, si potrebbe dire dell'economia mondiale che, fra crisi da debiti sovrani e strappi delle materie prime, continua nondimeno ad avanzare. I pessimisti non mancano: l'America ha sì riguadagnato – unico fra i grandi paesi industriali, i livelli di reddito pre-crisi − ma non ha un piano credibile per rientrare dagli immani deficit di bilancio resi necessari dal contrasto alla recessione.
L'Europa barcolla fra le tensioni da debiti in alcuni paesi dell'euro e non riesce a trovare un modello di governance efficace per guidare le 27 economie del continente, mettendo così a repentaglio l'intera avventura dell'euro. Il Giappone non riesce a schiodarsi dalla deflazione e nei fori internazionali paesi in deficit e paesi in surplus si accusano a vicenda di non fare abbastanza per ribilanciare le proprie economie.
Se questo è il palcoscenico della crisi, esiste tuttavia, dietro le quinte, un quadro più consolante. I grandi della terra possono leticare, ma coloro che sono sul campo e devono portare avanti la baracca si sporcano le mani e lottano coi costi e coi ricavi: non possono permettersi il lusso di aspettare che i G7 o i G20 risolvano tutti i problemi.
Lo spettacolo ha quindi due livelli: sulle prime pagine dei giornali campeggiano le diatribe del palcoscenico, e sotto la buca del suggeritore fluisce una corrente profonda che ha molti meno echi presso il grande pubblico. Ma l'uscita dalla recessione dipende molto di più da quel che succede fuori dal palcoscenico. La Grande recessione ha inferto ferite profonde ai sistemi produttivi e l'uscita dalla recessione dipende in modo cruciale dalle reazioni delle imprese e delle famiglie.
La stragrande maggioranza delle previsioni sul futuro decorso dell'economia adotta, esplicitamente o implicitamente, un approccio che si potrebbe chiamare di "statica comparata". Il ragionamento funziona pressappoco così: noi sappiamo come funziona il mondo, quando l'economia cala succedono queste cose, poi l'economia si riprende per queste e quelle ragioni, e si va avanti fino ai nuovi alti e bassi.
Da questo ragionamento possono scaturire visioni ottimiste o pessimiste, a seconda delle preferenze e degli umori dei previsori, ma in ogni caso vi è la convinzione che le cose che succederanno seguiranno più o meno gli schemi del passato, perché "sappiamo come funziona il mondo".
Il guaio di questo approccio è che in verità non sappiamo come funziona il mondo. La grande recessione non è stata prevista dalla stragrande maggioranza degli osservatori, e quei pochi che lanciavano moniti rivelatisi profetici appartenevano per lo più alla categoria di coloro che fanno le Cassandre di professione e, quindi, prima o poi ci azzeccano.
Fondamentalmente, non sapevamo abbastanza delle interazioni fra economia finanziaria ed economia reale, e non valutavamo abbastanza l'importanza delle autorità di regolazione dei mercati finanziari. Pensavamo sì che si trattasse di qualcosa di importante per il corretto funzionamento dei mercati, ma non credevamo che una cattiva regolazione potesse addirittura mettere in ginocchio l'economia mondiale.
Apprendere questa lezione ha delle grosse conseguenze per il futuro. Mi riferisco qui, semplicemente, alle reazioni degli "spiriti animali" delle imprese: feriti in profondità dal crollo e dal tumulto della più dolorosa recessione del dopoguerra, come reagiranno produttori e consumatori? Non si può applicare qui la statica comparata, semplicemente perché a memoria d'uomo (son passate tre generazioni dalla Grande depressione degli anni Trenta) non c'è mai stato un episodio comparabile per intensità e ampiezza.
Non è irragionevole quindi pensare che, se a ogni azione corrisponda una reazione, a un'azione inusitata possa corrispondere una reazione inusitata. Si parla molto, per fare un esempio, delle possibili ristrutturazioni del debito pubblico cui potranno essere costretti paesi come Grecia, Irlanda e Portogallo. Ma non si parla abbastanza delle benefiche ristrutturazioni dell'economia che possono essere state innescate, in quei paesi come in altri, da una crisi che offre opportunità e non solo sofferenze.
Il grafico degli indicatori avanzati Ocse mostra che, nelle più importanti aree economiche del mondo, ci si sta scrollando di dosso le incrostazioni della crisi, con un vigore che molti non si aspettavano.
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