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Doveva essere l'atto forte, convincente e persino simbolico del Governo Monti e si sta invece rivelando un passaggio irto di difficoltà. La riforma del lavoro così come è stata illustrata dalla ministra Fornero e dal Premier è riuscita a scontentare tutti, a tirarsi addosso, da fronti opposti, le critiche dei sindacati, Cgil in testa, e delle organizzazioni imprenditoriali, da Confindustria a Confcommercio.
Mentre, dall'alto della sua autorità terza, la Banca Centrale Europa avvisa che "le condizioni nei mercati del lavoro dell'euro-zone continuano a deteriorarsi" e "le indagini congiunturali anticipano un ulteriore peggioramento nel breve termine", la riforma proposta imbocca la strada sbagliata dei maggiori costi - su tutti i contratti a termine, sulle partite Iva, sulle pmi – e degli aggravi d'imposta – sulle tasse aeroportuali e sugli affitti – per finanziare il nuovo strumento di ammortizzatore sociale denominato Aspi. Ci mancava solo la prima annunciata e poi ritirata tassa sugli Sms e avremmo fatto tombola. Ma non disperiamo, non è ancora detta l'ultima parola, qualcosa da tassare si troverà di certo.
Perché il punto è proprio questo: una volta superato il limite della decenza nel livello di tassazione (limite che ciascuno, a seconda della propria sensibilità più o meno statalista, può determinare a un certo ammontare – 20%, 30%, 40%? – ma che nessuno mai può in buona fede sostenere possa superare la soglia del 50%), la macchina comincia a vivere di vita propria, si alimenta da sola e non sente ragioni. Quando raggiungeremo il 90% di carico fiscale, potremmo dire: missione compiuta!
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