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Milano - Il Gruppo Generali si prepara al trasloco. Destinazione: la torre denominata Il Dritto nel quartiere milanese di Citylife, frutto del grande progetto di riqualificazione dell'area ex Fiera. Dietro la decisione di Generali non c'è solo la volontà di riunire tutti i 3mila dipendenti sotto un unico tetto. C'è che il mercato immobiliare, anche a Milano, è affaticato dalla mancanza di liquidità sul mercato che non favorisce certo la vivacità delle compravendite né sul residenziale (meno di 600mila passaggi nel 2011) né sul terziario, situazione che sta rendendo complicata la commercializzazione degli spazi di Citylife. E allora la mossa di Generali - che occorre ricordare detiene un pacchetto azionario del 68,5% di Citylife ed è dunque direttamente interessata a che il mega progetto abbia successo anche di vendita - ha il significato di giocare una carta importante per rompere gli indugi e fungere da traino affinché altre grandi società decidano di traslocare. Oltre a portare soldi nelle casse di Citylife. L'operazione è in sé semplice e prevede una fase uno di dismissione delle diverse sedi dislocate in tutta Milano per poi passare, col ricavato della vendita, alla fase due e comprare per 300 milioni la torre, dove dovrebbero confluire anche i dipendenti di Torino. L'unica sede milanese che il Gruppo terrebbe, per questioni soprattutto di immagine, è quella prestigiosa di piazza Cordusio. Intanto, a inizio mese sono iniziati i lavori in cantiere per realizzare la platea di fondazione della Torre.
L'Impresa ha rivolto alcune domande all'architetto Andra Maffei, che insieme al collega giapponese Arata Isozaki, firma la Torre che ospiterà Generali.
Ci descrive l'idea di fondo che caratterizza il progetto?

Il grattacielo Citylife si basa sul concetto di torre senza fine. Ci siamo ispirati alla Endless Column, una delle opere più interessanti di Costantin Brancusi, realizzata a Targu Jiu nel 1937. Abbiamo cercato di riproporre lo stesso concetto di moduli sottili che si ripetono all'infinito, progettando moduli di sei piani caratterizzati da una facciata leggermente curvata e che si sovrappongono verticalmente uno sull'altro teoricamente senza fine. Un'idea che intende superare il vincolo classico del grattacielo con una base, un corpo verticale ed una testa, come molti grattacieli classici americani tra cui il Crysler Building
Come avete inserito la Torre nella storia e nell'immagine di Milano?
Il nostro intervento s'inserisce in una serie di nuovi sviluppi del ventunesimo secolo, da Porta Garibaldi a Varesine, dal grattacielo della Regione a Citylife. Si tratta della risposta contemporanea ad una tipologia già sviluppata nella storia della città, perché nel tempo Milano ha accumulato una vasta esperienza di grattacieli. I milanesi sono affezionati al grattacielo Pirelli, uno dei simboli della città, ma ci sono anche la Torre Rasini di Giò Ponti (1935), quella residenziale di Magistretti nel parco di fronte alla Triennale (1953), l'edificio INA di Piero Bottoni in corso Sempione (1958) e il grattacielo dell'Arena in via Moscova.
E' semplice per un architetto lavorare a un progetto importante in un paese ad alto tasso di burocrazia come l'Italia?
In Italia ci sono sempre molte complicazioni. Se non ci sono urgenze particolari, come ad esempio nel caso delle olimpiadi, i progetti hanno spesso decorsi molto lunghi. Il progetto in sé può anche non avere particolari difficoltà, ma le complicazioni burocratiche e finanziarie ne complicano sempre la gestione e lo sviluppo. All'estero le cose sono più semplici e i tempi di realizzazione più veloci.
Per la Torre lei ha lavorato col il collega giapponese Isozaki. Un italiano e un giapponese in che cosa si sono incontrati. Come avete trovato una sintesi fra due culture così lontane?
Ho la fortuna di conoscere Isozaki e di essere suo amico da molti anni. Nello sviluppo dei nostri progetti in Italia, tra cui anche la Stazione di Bologna, la sede della Provincia di Bergamo e il Palahockey di Torino, abbiamo sempre trovato una facile affinità di idee e di vedute. Isozaki è un grande conoscitore della storia dell'architettura italiana e, dal canto mio, io ho sempre avuto molto interesse per le architetture di Tokyo, dove ho vissuto per oltre sei anni. Fondere le due culture direi dunque che ci viene proprio naturale.
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