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L'Ansa il 18 marzo ci ha informato che Adusbef e Federconsumatori hanno scoperto che a gennaio 2012 il debito pubblico italiano è arrivato a 1.935,829 miliardi di euro che corrispondono a 32.300 euro per ogni cittadino, neonati compresi. Assegnano anche al governo Monti il record dell'esecutivo che negli ultimi 15 anni ha registrato la piu' consistente crescita mensile del debito pubblico, pari a 15,4 miliardi fra dicembre e gennaio.
Le due associazioni (e non sono le uniche) invitano anche il governo a fare in modo che i quattrini versati dalla Bce alle banche italiane al tasso agevolato dell'1% si trasformino in prestiti per famiglie e imprese in maniera di far fronte alla crisi di liquidità che attanaglia il sistema e a far ripartire l'economia.
C'è il piccolo problema che in realtà le banche, quei quattrini li stanno usando per almeno altri due scopi: a) ricapitalizzarsi per far fronte ai nuovi requisiti patrimoniali chiesti dalla legge bancaria, altrimenti di prestiti non ne potrebbero più fare; b) sottoscrivere i titoli di stato in asta e sul mercato, con il risultato di far scendere lo spread fra i titoli italiani e tedeschi facendo scendere il costo effettivo del denaro e stemperando le tensioni sul debito sovrano e l'euro che solo quattro mesi fa sembravano minacciare la tenuta non solo dell'Italia ma di tutta l'eurozona. In altre parole la liquidità versata dalla Bce alle banche va prima di tutto a spegnere l'incendio che sta minacciando l'economia del continente, soltanto dopo, eventualmente, potrà essere usata per placare la sete di denaro di imprese e famiglie. Il che, ovviamente, non allevia il disagio di chi di sete sta morendo (vedi il post di Emanuele Facile http://www.limpresaonline.net/articolo.php?id=4480 ).
Detto questo va anche sottolineato che però lo stock di debito pubblico, per quanto impressionante, in realtà non ha effetti diretti sui consumi. Cittadini e imprese non decidono di riempire meno il carrello della spesa perché sulla loro testa pendono più di 32 mila euro a testa di debito nazionale. Invece non lo riempiono se le banche smettono di prestargli denaro. E non glielo prestano perché in quattro anni (da fine 2007 a fine 2011) lo stock di sofferenze (i debiti non restituiti alle banche) è passato da 5,5 a 60,4 miliardi (dati Banca d'Italia), ovvero più di mille euro a cittadino, sempre compresi i neonati. Questa è liquidità che manca, così come mancano all'appello i 100 miliardi (stima del ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera) che le pubbliche amministrazioni e le aziende pubbliche devono ai loro fornitori di beni e servizi. In totale, dalle tasche di ogni cittadino (sempre compresi i pannolini dei neonati), mancano insomma circa 2.700 euro di liquidità. Se volete saperne di più, ne parliamo su l'Impresa in edicola ad Aprile.
- 08.5.2013
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