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Dottor Scott Jovane, a 39 anni è diventato amministratore delegato di Microsoft. Come ha cominciato? Come ha scelto di fare quello che fa?
Più che di scelta parlerei di imprinting.
E cioè?

Sono per metà scozzese e per metà napoletano. Ma soprattutto sono figlio di due generazioni molto diverse: mio nonno aveva un cotonificio e mio padre insegnava ingegneria all'università.
Quindi avevo alle spalle un mondo teorico, ma anche un mondo imprenditoriale. Mi piacevano le cose che faceva mio padre, ma avevo anche bisogno di testare nella pratica le mie capacità. Mi piacevano le cose che faceva mio nonno ma non tutte: essere imprenditore richiede certi asset di partenza, dai soldi alla capacità di godersi il rischio…
Io sono e non potevo che essere il mix di due dna.
Chi ha fatto più contento: suo padre o suo nonno?
Forse ho scontentato tutti e due … comunque sia, io porto il nome di mio nonno e sono orgoglioso di chiamarmi come lui. Era un uomo che si alzava alle quattro del mattino e andava in fabbrica prima degli operai.
Tornava a casa alle otto di sera portandosi dietro il lavoro: un carrello di bobine di cotone che recuperava "perché non si butta via niente". Da lui ho imparato l'importanza di lavorare sodo.
Qualche momento della sua vita in cui si è sentito al top?
Ero bambino, mia madre si ammalò e io venni mandato di punto in bianco in Inghilterra. A scuola non capivo una parola, fatta eccezione per il latino. Come dice Tremonti, noi italiani sul latino abbiamo il copyright. Quando riuscii a tradurre una versione prima degli altri, fu un momento importante per me: significava che esisteva un ambito in cui io venivo riconosciuto e che mi dava il diritto di far parte del gruppo.
Un secondo momento che ricordo con soddisfazione è stato anni più tardi: mi trovavo nella necessità di laurearmi in fretta e mi mancavano ancora dodici esami. Mi sono messo a studiare come un matto e, in un anno, ho chiuso la partita.
E un terzo momento di grande orgoglio?
La decisione che ho preso quando sono diventato padre: la natura non ci prepara per questo ruolo; nessuno, quando diventa genitore, sa già come si fa. Malgrado ciò, ho deciso che avrei fatto le mie scelte in base a quello che ritenevo giusto, senza farmi influenzare dall'educazione ricevuta.
Mi sono detto: Pietro, non replicare il passato, fai una cosa tua. E metti i tuoi figli in condizione di giocarsela nel mondo che si troveranno di fronte tra vent'anni.
Essere il più bravo in latino, laurearsi in un anno, decidere come crescere i figli: cosa c'è di simile in queste tre situazioni così diverse?
La validazione della mia capacità di essere forte, di saper tenere ritto il timone delle scelte. In tutti e tre i casi, l'importante non era il punto di arrivo, quanto quello di partenza: non "evviva ce l'ho fatta!" ma "evviva ce la farò!"
Quindi lei riesce a mantenere sempre il controllo su tutto? Non c'è qualcosa che le sfugge, che le provoca reazioni irrazionali?
Come no: quando ascolto le persone mi emoziono, mi lascio trascinare dai racconti degli altri, sia che si tratti di mia moglie e dei miei figli che mi descrivono la loro giornata, sia che si tratti di colleghi che mi parlano di lavoro …
E invece che cos'è che la fa arrabbiare?
Difficilmente perdo la calma. Qui non è questione di dna, ma di educazione: mi hanno insegnato a mantenere il controllo. Da quando sono in quest'azienda, mi sarò seriamente spazientito cinque volte. Per lo più succede quando mi accorgo che sto seguendo la strada sbagliata.
Un vecchio pregiudizio su cui si è ricreduto?
Sono sempre stato fiero di non aver mai provato e neanche aver avuto curiosità per la droga. Anzi, ho sempre ritenuto che chi si drogava era qualcuno che aveva fallito una sfida.
E poi cos'è successo?
Ho visitato per caso San Patrignano e mi sono reso conto che la mia idea si basava su di una visione superficiale. Confesso di aver provato un profondo imbarazzo: avevo emesso un giudizio così ferale e neanche mi ero scomodato a capire se trovasse rispondenza nella realtà.
Pensavo, un po' cinicamente, che chi aiuta i tossicodipendenti lo fa spinto da chissà quale motivo … ho visto che non era così. Questa scoperta mi ha cambiato la prospettiva. Ho incominciato a chiedermi, forse anche come genitore, quale poteva essere il mio contributo.
Le capita di stupirsi per il modo in cui la vedono gli altri?
Sono stato nominato amministratore delegato nel 2008, poco prima dell'inizio della più grande crisi economica degli ultimi cinquant'anni. Non avevo esperienza come ad e, per i primi sei mesi, mi sono limitato ad ascoltare. Mai una volta ho detto: "andiamo di qua o di là." La cosa incredibile è che invece tutti mi dicevano: " meno male che ci sei tu a mostrarci la direzione." Io! Che neanche avevo capito da che lato ero girato …
Oggi, quando qualcuno viene e mi racconta di un'operazione non riuscita, mi faccio spiegare cos'è successo, senza cercare il colpevole. Tengo un tono affabile: proprio perché le cose sono andate male non mi piace usare uno stile direttivo. Il risultato è che magari la persona torna e mi ringrazia: dice che con il mio incoraggiamento ci ha riprovato e, a volte, ce l'ha anche fatta. Eppure io so benissimo che mica gliel'ho detta così …
E come mai, secondo lei, viene letta così?
Credo che mi attribuiscano una sensibilità e una capacità di comunicazione di cui forse non ho ancora una coscienza così chiara. Certe cose che faccio con semplici finalità operative a volte assumono una valenza strategica.
Ma c'è anche un altro fatto: se sei a capo di un'azienda, la gente tende a pensare che tu sappia tutto. In realtà, spesso, il mio interlocutore è più esperto di me in determinate materie. Nella vita hai solo due certezze: sai di non sapere e sai che c'è gente migliore di te.
Un difetto di cui non farebbe a meno?
La testardaggine o, per dirla in modo più nobile, la tenacity.
E una qualità di cui, qualche volta, farebbe a meno?
La sensibilità: percepisco le sensazioni che vivono gli altri. Quando ascolto qualcuno, lo ascolto pienamente, mai cinicamente; mi immedesimo. Se se devo comunicargli una brutta notizia, mi immagino come la vivrà … Questo talvolta può complicare e rallentare i processi decisionali.
Di cosa ha paura quando si sta dedicando a un progetto importante?
Beh, a volte ho la percezione di aver puntato tutto su di un unico numero, quando ce n'erano altri trentacinque …Intendiamoci, sono arciconvinto che quello sia il numero migliore, ma mi domando se prendere in modo così deciso una certa strada non faccia perdere la prospettiva d'insieme.
Una cosa che spera non debba mai succedere?
Ho dentro una specie di fuoco sacro. Spero che non si spenga mai.
E che cos'è che potrebbe farlo spegnere?
Pensare di sapere tutto e di essere il migliore di tutti.
Quali sono i suoi tre valori più importanti?
Onestà assoluta, impegno assoluto, ricerca del successo attraverso le persone. Anche perché attribuire i risultati raggiunti a quante più persone possibile è il modo migliore per ottenerne di nuovi.
A che cosa pensa quando inizia una nuova impresa?
Lo vivo come un momento epico.
E se finisce bene, che cosa si dice?
Bravo, hai fatto il tuo dovere.
Dall'epica all'understatement. E se finisce male?
Me ne sento direttamente responsabile. E questo da sempre, al di là del ruolo.
Che cosa fa nei momenti di difficoltà?
Una volta spingevo per trovare subito la soluzione: adesso no. Sono capace di creare una specie di "stanza di compensazione interna", per cui non mi faccio prendere dal panico. Mi metto i drammi nella pancia e soffro per un po' finché, in qualche modo, non li ho assorbiti. Questo mi aiuta a mantenere la direzione.
Qual è la differenza tra un amministratore delegato eccellente e uno mediocre?
La semplicità. L'ad eccellente fa percepire al mondo esterno i valori e i talenti che rappresenta attraverso pochi, semplici gesti. Non genera curiosità intorno alla propria persona e non ambisce a un job title più lungo di due parole.
Più si sale nell'organizzazione più diventa importante offrire una lettura di sé semplice e cristallina.
E invece, in senso generale, come definirebbe l'eccellenza?
Distinguerei tra eccellenza assoluta ed eccellenza relativa.
L'eccellenza assoluta è quella di chi è gifted dalla nascita, come ad esempio un grande concertista.
Poi c'è l'eccellenza relativa, che è quella a cui penso di poter puntare io: si tratta più di un cammino verso qualcosa che non sai se raggiungerai, né quando, c'è dentro la bellezza dello sforzo. Puoi andare di qua o di là e scegli sempre la strada più difficile: non per amore della sofferenza ma perché la vera sfida si trova là.
Chi è Pietro Scott Jovane
Nato a Cambridge (Usa) nel 1968, Pietro Scott Jovane si è laureato in Economia e Commercio presso l'Università di Pavia. Entrato in Microsoft nel 2003, è stato chief financial officer della filiale italiana, poi direttore commerciale per il mercato Telecomunicazioni e Media e infine capo della divisione online. Dal 2008 è amministratore delegato. In passato, ha ricoperto diversi incarichi in ambito finanziario, in Italia e all'estero.
Chief financial officer a New York, per la divisione Nord America del Gruppo Versace, ha successivamente ricoperto lo stesso incarico per Matrix, dopo il suo rientro in Italia. E' stato anche Responsabile del Controllo di Gestione del Gruppo Seat. Sposato e padre di due figli, Pietro dedica la maggior parte del proprio tempo libero alla famiglia.
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