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Il 125° anniversario della fondazione della Legacoop, la più antica delle associazioni cooperative italiane, arriva in un momento storico: il 27 gennaio è nata l'Alleanza delle Cooperative Italiane, che unisce Legacoop, Confcooperative e Agci. Si apre così un futuro in comune per le tre organizzazioni, che rappresentano 43mila imprese, un milione e 100.000 dipendenti e 127 miliardi di euro di fatturato. L'obiettivo è dare più forza alle imprese associate, alla luce della crisi di questi anni e delle sfide poste dalla globalizzazione e dai nuovi equilibri economici e sociali.
E proprio nella cooperazione potrebbe trovarsi uno degli ingredienti di un nuovo modello imprenditoriale, che diventi la cura contro gli effetti della crisi e aiuti gli investitori guardare al futuro con fiducia. "L'Impresa" ha incontrato Giorgio Poletti, presidente di Legacoop.
Presidente Poletti, questo compleanno arriva in un momento particolare, con la fondazione di un'alleanza che è una tappa importantissima per il mondo dell'impresa cooperativa italiana. Qual è il suo bilancio di oltre un secolo di storia?
Le idee di fondo che allora hanno ispirato il movimento si sono confermate valide, anche perché hanno resistito nel tempo superando ostacoli terribili come le due guerre mondiali, crisi economiche e nel nostro caso anche una dittatura che per vent'anni cancellò il mondo cooperativo. Abbiamo sempre ripreso il cammino e siamo riusciti anche a crescere, e questo significa che siamo forti.
La nostra forza sta nei valori alla base del nostro lavoro: la democrazia, la partecipazione responsabile, la solidarietà, il valore del lavoro e l'idea mutualistica. Non dimentichiamo che il fare insieme aiuta in particolare i più deboli: chi non trova risposta ai propri bisogni nell'offerta pubblica, può invece trovarla nelle cooperative.
Con l'istituzione dell'Alleanza delle cooperative, i numeri dicono che siete diventati la prima impresa italiana. C'è però il rischio che si instauri un regime di monopolio e che i piccoli imprenditori non associati vengano in qualche modo strangolati.
Noi non siamo un'impresa, ma un'associazione di imprese, ora unita anche a Confcooperative e Agci. In tutto rappresentiamo oltre 40.000 aziende, molte delle quali piccole e medie. La crescita della dimensione delle imprese è un obiettivo che consideriamo importante per tutte, e non solo per la cooperativa. Se a qualcuno viene il dubbio che noi siamo un'azienda unica, perché allora non si fa lo stesso discorso con altre associazioni come Confindustria?
Il punto è che per noi è sbagliato pensare che un equilibrio stabile del sistema produttivo possa fondarsi su una rete di piccole imprese che viaggiano da sole. Bisogna lavorare sull'interazione, e l'unione delle cooperative più grandi è fondamentale per competere. Già oggi i nostri addetti sono in media 16 per ogni impresa, contro una media italiana di 3, 7. Con un'impresa troppo piccola si scaricano tutti i costi sugli utenti e non si riescono a trattare bene i dipendenti. La nostra forza è l'organizzazione, non il monopolio.
Il modello cooperativo ha sempre avuto l'ambizione di mettere al centro l'uomo. Alla luce dei mutamenti dell'economia e delle sfide imposte dalla globalizzazione, è davvero ancora valido oggi il vostro modello?
Se guardiamo a ciò che è accaduto negli ultimi anni, è proprio questa la cosa che riusciamo a dimostrare. Le nostre imprese hanno reagito diversamente alla crisi, c'è stata una chiara capacità difensiva e i numeri lo dimostrano. Tra l'altro abbiamo usato meno ammortizzatori sociali rispetto alle altre.
Il fatto che ci sia l'uomo al centro del nostro agire è un elemento di competitività. Se poi parliamo di capacità di sviluppo, negli ultimi dieci anni abbiamo raddoppiato gli addetti (da 600mila a un milione e 200mila), in un periodo in cui la crescita è stata ai minimi storici. Con sempre meno risorse a disposizione, il settore pubblico sarà sempre più in difficoltà nel trovare risposte ai bisogni dei cittadini, anche sul piano del welfare. E il mercato non basta, perché a volte i bisogni non hanno in sé le risorse per diventare domande.
La forma della cooperativa è la più adatta, perché la partecipazione è votata alla produzione e gestione dei servizi nell'interesse collettivo. Se cinque giovani avvocati aprono uno studio associato, non solo riducono i costi, ma il prodotto non è solo la somma delle loro specializzazioni, ma il risultato della loro unione, che darà un prodotto più efficace e meno costoso.
Ha sempre dichiarato che fare impresa, per le coop, significa contribuire a migliorare le condizioni sociali e la società. Come fate a coniugare questi obiettivi con le necessità imposte dal business e dal profitto?
In ogni cooperativa ci sono in media dieci consiglieri e quindi parliamo, in tutto, di 400mila persone che amministrano beni il cui risultato non è loro, ma finalizzato al bene comune. L'obiettivo è l'interesse generale, che è molto diverso dall'individualismo.
Inoltre gli utili delle coop sono reinvestiti nell'azienda e nel territorio, e siccome la coop non delocalizza, nel senso che non chiude quando il socio va in pensione (giacché sostituito da un nuovo socio), il legame con il territorio diventa stabile e la reputazione di quel tipo di impresa si consolida.
Le cooperative puntano all'equa redistribuzione della ricchezza, e i soci stanno o tutti meglio o tutti peggio. L'equità aiuta la coesione sociale e migliora le relazioni nella comunità. In questo senso siamo socialmente utili.
Il radicamento territoriale delle cooperative è sempre stato molto forte al Centro Nord e frammentario al Sud. Pensate di rivolgere lo sguardo a sud di Roma? Se sì, in che modo?
Innanzitutto ricordiamo che la struttura imprenditoriale delle regioni meridionali è piccola, e la nostra diffusione in quei territori è stata sempre ostacolata da problemi economici ma anche sociali, non ultimo quello delle mafie. Tuttavia stiamo lavorando molto per svilupparci al Sud.
Da un lato con l'insediamento di imprese operative come Coop e Conad, già attive in Sicilia e Puglia, dall'altro con la promozione interna, molte cooperative sono già radicate in settori come il sociale, ad esempio nella gestione dei beni sequestrati alla mafia. Le sosteniamo con i nostri fondi, assistiamo la loro evoluzione imprenditoriale, immettiamo nella nostra filiera i prodotti dei terreni sequestrati. C'è un certo fermento ed è un processo che favorisce anche la corresponsabilità dei cittadini.
Con il mondo del lavoro che cambia sempre più velocemente, la formazione imprenditoriale diventa essenziale più che mai. Che cosa state facendo in questa direzione?
È chiaro che noi puntiamo ad avere i dirigenti migliori possibili, ma formazione per noi significa anche cooperazione, e cioè puntiamo ad avere professionisti capaci ma anche bravi ad amministrare il bene comune.
Stiamo lavorando in collegamento con le università, sono già attivi master, seminari, e un corso di laurea a Forlì in economia no profit e cooperazione. Siamo attenti all'importanza delle possibilità per i giovani e alle tematiche di genere. Già oggi il 52% dei lavoratori impiegati nelle coop è donna, e questo è molto importante per noi.
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