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Come una vera spy-story, rimarrà in parte sempre avvolta nell’oscurità. Però a gennaio un raggio di luce ha illuminato il braccio di ferro tra Google e la Cina, con il primo che accusa gli hacker della seconda di aver spiato nei suoi computer e in quelli di almeno altre 34 aziende americane, per appropriarsi di segreti industriali, oltre alle caselle di posta elettronica e i siti web di una trentina di attivisti per i diritti umani di quel Paese.
Non occorre essere una delle più grandi aziende al mondo per ricevere la visita di malintenzionati che dal cyberspazio vogliono appropriarsi di documenti riservati, progetti, fogli di contabilità, idee e magari nominativi di clienti. È invece la versione postmoderna del ladro che la notte si intrufola nel capannone e negli uffici per portare via qualcosa. E, proprio come quest’ultimo, spesso e volentieri non va a casaccio e, anzi, sa benissimo cosa sta facendo.
Perché il grande cambiamento avvenuto negli ultimi anni nel mondo della sicurezza informatica è proprio questo: è tramontata l’era dei vandali e arrivano invece i ladri e gli spioni, che su commissione cercano di fare danni con il minimo rumore possibile. Anzi, sostengono gli esperti, il vero ladro digitale non lascia tracce dello scasso e, siccome il furto dei bit equivale semplicemente a farne una copia, diventa molto difficile capire se si è stati visitati da qualcuno. Nessuno ad esempio si sarebbe accorto degli spioni cinesi che hanno cercato di forzare i computer di Google se non avessero esagerato, “rompendo” un vetro digitale che ha fatto scattare l’allarme.
E se non ci fosse stato un team di pronta risposta, una vera e propria squadra di “hacker buoni”, che ha fatto subito una contro-incursione. Scoprendo che nei Pc degli intrusi dall’altra parte del mondo c’erano le prove di furti con scassi nei forzieri di mezza Silicon Valley. Cosa si può fare? Non occorre dotarsi di un team di teste di cuoio digitali per dormire sonni tranquilli. Basta prendere alcune precauzioni per abbassare il livello di rischio. Le intrusioni nei computer di Google e degli altri sono avvenute sfruttando software non aggiornato e tendendo delle trappole digitali ai dipendenti.
Un esempio classico di questa tecnica di intrusione è quello di infettare alcuni computer portatili aziendali nel momento in cui vengono usati a casa per collegarsi magari a siti pirata per scaricare musica illegale. Una volta infettati senza che i proprietari lo sappiano, quando vengono riportati in sede funzionano da “cavallo di Troia”, aprendo una linea di accesso diretta all’interno del perimetro vigilato e protetto della rete aziendale.
Ma anche l’utilizzo di software non aggiornato ha effetti simili. Nei laboratori per la sicurezza digitale di Microsoft, a Redmond, Seattle, gli esperti alla domanda dei giornalisti che cercano di sapere quanto sono “sicuri” i software dell’azienda rispondono sempre alla stessa maniera. I software sono sicuri solo se l’utente li aggiorna regolarmente.
E solo se si utilizza almeno un prodotto software che faccia tre cose: sia un antivirus, un antispyware e un antiintrusione. Quale prodotto? Qualsiasi tra quelli di marca come Symantec, TrendMicro, Panda, Kaspersky. Invece, cercare protezione su Internet con software presunti gratuiti o quasi vuol dire con tutta probabilità scaricare un antivirus falso, che funziona anch’esso da cavallo di Troia per violare il sistema. Per avere la qualità bisogna spendere, dicono a Redmond.
Altrimenti, per risparmiare, si finisce per pagare danni ben più cari.
- 13.5.2013
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