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MEETING INDUSTRY.
Manca una strategia comune che porti a proficue sinergie con altri settori
Convention Bureau nazionale in vista
Al quarto posto nella classifica internazionale, l’industria congressuale italiana lotta per conquistare la leadership nonostante burocrazia e frammentarietà
Quando il turismo congressuale divenne una realtà consolidata, rosicchiando via via ampi spazi di mercato ad altri settori, fu subito chiara la necessità di un ente preposto alla promozione del territorio e delle sue attrattive come destinazione di meeting, congressi ed eventi. Erano i primi anni ’90. Sulla scia dell’esperienza già maturata dagli Stati Uniti, nacquero così i Convention Bureau, oggi indispensabili per lo sviluppo delle potenzialità del nostro Paese e per il coordinamento in loco di tutte le attività legate al singolo evento della meeting industry. Oggi, con il turismo congressuale che ha raggiunto il 3% del Pil, l’organizzatore di convegni non può più prescindere dai Convention Bureau, capaci di fornire informazioni dettagliate sulla destinazione promossa, oltre a organizzare sopralluoghi, fornire consigli e contatti utili per la buona riuscita dell’evento.

In Italia i Convention Bureau attivi sono 34, anche se non tutti possono essere definiti tali a tutti gli effetti. Alcuni di questi, infatti, riuniscono solo una parte di operatori ed enti locali, e dunque non sono in grado di fornire quella rete necessaria per “conquistare”, e poi seguire passo dopo passo, l’associazione o azienda interessata. La stella polare è il Convention Bureau di Firenze.

Fondato nel 1995, conta sulla collaborazione di oltre 50 soci della filiera di settore e vanta una lunga esperienza riconosciuta a livello internazionale. «Il problema è che in Italia, a parte gli addetti ai lavori, manca ancora la cultura del nostro mestiere – spiega Diana Cora Tenderini, responsabile commerciale del Convention Bureau di Firenze –, sono molti a non sapere cosa facciamo. Per questo credo sia necessario costituire subito un benchmark che ci permetta di crescere attraverso un punto di riferimento comune.

Tuttavia si respira un’aria nuova, la politica è più interessata – continua Tenderini – e ora almeno parliamo di risultati, di numeri economici ». I Convention Bureau si finanziano grazie ai fondi privati dei soci (per lo più imprese turistiche e dei trasporti), che oltre a una quota annuale versano anche contributi ad hoc per determinati eventi. In alcuni casi usufruiscono anche di contributi pubblici e, comunque, è la stretta collaborazione con le amministrazioni locali il vero volano del loro funzionamento e della loro credibilità.

Tuttavia non si contano gli appelli alla politica affinché la distribuzione di denaro pubblico sia affiancata anche da un interesse per la sua destinazione, in poche parole da una progettualità condivisa. «Non è stata mai valutata seriamente l’evoluzione globale del mercato turistico – aggiunge Tenderini – e oggi che l’Italia dovrebbe essere all’avanguardia della meeting industry ci ritroviamo senza un progetto Paese». La svolta potrebbe arrivare con la costituzione del Convention Bureau nazionale, annunciata da Federcongressi e poi confermata, a maggio, durante la fiera Imex di Francoforte da Eugenio Magnani, direttore della Struttura di Missione per il rilancio dell’immagine dell’Italia.

L’idea è di un ente di coordinamento delle attività congressuali, che ha avuto il pieno appoggio di Federturismo e di Confturismo-Confcommercio (attuale proprietaria del marchio Cb Italia). Un solo referente per coordinare scelte e obiettivi del business congressuale, magari anche per snellire tutte le procedure necessarie al rilascio di autorizzazioni con cui gli addetti ai lavori si scontrano quotidianamente.
Marco Todarello
» Continua sul numero 7/2010






 
BUSINESS TRAVEL / 9.2010