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FORMAZIONE & FORMATORI
La doppia “k”della qualità
Non è necessario essere degli specialisti per far parte con successo dei gruppi di miglioramento. Persone dotate di buon senso, spirito critico e curiosità possono raggiungere risultati molto utili per l’azienda.
La vexata quaestio di come valutare l’efficacia della formazione e del vantaggio che realmente ne trae l’impresa ritorna prepotente in tempo di crisi. I motivi sono in parte oggettivi, in parte derivanti da una visione tattica, non strategica, in base alla quale è meglio investire nel fare che nel formare. Questo atteggiamento, seppur comprensibile, è a mio avviso miope. La mia lunga esperienza, prima di manager in una multinazionale e poi di consulente formatore, in Italia e all’estero, mi ha insegnato come ottenere dalla formazione sia risultati tangibili e monetizzabili, che un cambiamento culturale e comportamentale con effetti duraturi e verificabili, altrettanto se non più importanti dei primi.

Parlo dei Gruppi di Miglioramento e di Progetto, ispirati al modello giapponese della Qualità Totale, fondato su due pilastri: il kaizen o miglioramento continuo, che si occupa della qualità negativa (errori, ritardi ecc.), per riportarla agli standard prefissati e magari accrescerli; il kairyo o innovazione, che punta a introdurre nuovi prodotti e processi migliori, più efficaci ed efficienti (area della qualità positiva). I due aspetti sono strettamente correlati: perseguendo la qualità senza innovazione qualsiasi azienda rischia di essere superata da chi vi dedica impegno e risorse, mentre l’innovazione non sostenuta da un elevato livello di qualità costruisce sulla sabbia. I Gruppi di Miglioramento affrontano un problema di notevole impatto sui risultati aziendali (errori, tempi, costi eccessivi ecc.), che per la sua complessità richiede l’integrazione di competenze e conoscenze diverse, non possedute da un singolo.
Fernando Dell’Agli
» Continua sul numero 7/2010






 
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