Login:
Home
Redazione
In edicola
Numeri precedenti
Autori
Abbonamenti
Pubblicità
Registrati
speciale
Expo 2015
Womenomics
la rivista
Mercati
Scenari
Strategie
Competenze
Formazione
Interviste
Recensioni
directory
Formazione
Agenzie del lavoro
Consulenza
Assirm
documentazione
Corsi e congressi
Libri online
Documenti
multimedia
Audio-video
Cinema & Impresa
 
BACK TO BASICS.
I classici del management riletti ai nostri giorni
I limiti del “breve periodo”
Per un successo duraturo dell’azienda, gli stakeholdes vanno considerati alleati imprescindibili delle strategie competitive
Il libro Strategic Management: A Stakeholder Approach è il risultato di un progetto di ricerca condotto dalla Wharton School sul finire degli anni ’70. Il testo di Freeman è considerato la pietra miliare dello stakeholder management e lo stesso Edward Freeman è ancora oggi considerato uno dei punti di riferimento internazionali per i temi legati alla relazione tra Corporate Social Responsibility e strategia d’impresa. La teoria dello stakeholder management nasce in forte contrapposizione a una tesi portata avanti nei primi anni ’70 dal Premio Nobel Milton Friedman in base alla quale: “i manager, a parte il rispetto delle leggi, non hanno alcuna altra responsabilità se non quella di produrre il massimo guadagno possibile per gli azionisti. Ogni altra idea è una dottrina profondamente sovversiva”.

Il dibattito sui fini dell’impresa, massimizzazione del profitto da una parte e bilanciamento degli stessi con le esigenze dei diversi stakeholder, è oggi più attuale che mai. Per provare a ragionare serenamente sulla questione al di fuori delle ideologie che ne sostengono le tesi contrapposte, è opportuno rispondere a due domande. La prima è la seguente: è corretto, in virtù del loro apporto di capitale di rischio, considerare le istanze degli azionisti più importanti di quelle degli altri stakeholder? La seconda domanda è: le imprese producono stakeholder (richieste economiche e non dei dipendenti e dei fornitori, esigenze di qualità e affidabilità da parte dei clienti ecc.) oppure grazie ai rapporti instaurati con i propri stakeholder? La prima domanda, così com’è formulata, non consente una risposta.

La contrapposizione tra interessi degli azionisti e degli altri stakeholder è più fittizia che reale, rappresenta il retaggio di un modo vecchio di vedere l’impresa. È possibile ricercare la causa di questa contrapposizione nella rivoluzione industriale. L’azienda, come concetto e istituzione, è nata in un contesto storico in cui il proprio successo poteva, anzi quasi doveva, avvenire a spese degli altri.

Oggi, tutto ciò non è più possibile e il modo migliore per soddisfare, almeno nel medio termine, gli azionisti è quello di soddisfare le esigenze degli altri gruppi di interesse. Il punto però è “il medio termine”. Fino a quando le performance saranno misurate sul breve e sul brevissimo termine, permarranno scampoli di contrapposizione reale tra azionisti e portatori di interessi diversi, rendendo la riconciliazione tra esigenze di shareholder e di stakeholder più difficile e con conseguenze negative per entrambi. La risposta alla seconda domanda non ha invece a che fare con l’orizzonte temporale, bensì con i criteri di misurazione delle performance aziendali.
Alessandro Cravera
» Continua sul numero 7/2010






 
COMPETENZE / 9.2010
Come creare un nuovo mondo
Alla ricerca di nuovi equilibri
Educare al cambiamento
La qualità vince sul brand
Non basta sorridere