INNOVAZIONE.
I business model che funzionano
Maestri di “cambiamento”
Ognuno ha il suo modello, ma in comune i big dell’innovazione hanno la capacità
di individuare la strategia vincente per aggredire i mercati piuttosto che subirli
Alla luce dei grandi cambiamenti economici, si rendono necessarie per le imprese una diversificazione e un’innovazione dei modelli di business da adottare in maniera rapida ed efficace per accrescere la competitività nei confronti di un mercato in continua evoluzione. Quali sono i driver dell’innovazione? Che impatto ha avuto la crisi? Per l’Italia, quali ostacoli e quali opportunità ci sono? Esiste una “lesson learnt” comune per tutte le industrie? A queste domande hanno risposto all’incontro “Innovative Business Model” - organizzata dal Sole 24 Ore in collaborazione con Bristol-Myers Squibb lo scorso 9 giugno - Pierluigi Antonelli, presidente e ad di Bristol-Myers Squibb Italia; Stefano Maruzzi, country manager Google Italia; Simona Scarpaleggia, amministratore delegato Ikea Svizzera, e Stefano Proverbio, director Mc Kinsey. Ad aprire i lavori Mario Dal Co, consigliere per l’innovazione del ministero per la Pubblica amministrazione: «Spesso – ha detto Dal Co – per innovare non servono grandi dispositivi legislativi la cui implementazione risulta particolarmente complessa. L’abolizione di articoli, commi o l’interpretazione ragionata delle norme vigenti consentono di produrre semplificazione e risparmio.
Ci aspettiamo grandi risultati in termini di innovazione da due ambiti in particolare della Pubblica amministrazione: l’open data e l’interoperabilità delle reti pubbliche nazionali e locali». Mentre il director della Mc Kinsey, Stefano Proverbio, esaminando i principali fattori che influenzano i comportamenti aziendali, ha posto l’accento sugli andamenti demografici. In Cina è già iniziato il processo di invecchiamento della popolazione e, tra pochi lustri, i ragazzi americani torneranno a superare come numero quelli cinesi.
In Italia quest’anno comincerà a diminuire la classe di età 16-65 anni, cioè quella considerata in età di lavoro. Ma vediamo quali sono i business model adottati da Google e Bristol Myers Squibb. Il gigante informatico Google passa dal web al watt, nel senso che il gruppo hi-tech di Mountain View sta valutando l’ingresso nel capitale di società energetiche, meglio se rinnovabili, anche nel nostro paese.
Alcuni dossier sono stati inviati alla task force americana che segue il settore. Il colosso fondato da Larry Page e Sergey Brin ha già fatto questo tipo di diversificazione negli Stati Uniti e ora sta pensando di realizzarlo in Europa: l’Italia, in particolare, è nel mirino. Ad affermarlo è stato lo stesso country manager di Google Italia, Stefano Maruzzi: «Google sta considerando di investire nel settore delle energie rinnovabili in Italia.
Ci stiamo muovendo lungo due direzioni, da un lato ci impegniamo a realizzare le “computer farm” in prossimità di dighe e bacini idrici, per avere accesso diretto all’acqua, dall’altro stiamo valutando la possibilità di investire direttamente nel capitale di società energetiche o di finanziare progetti connessi al mondo delle rinnovabili». A oggi non vi è nulla di concreto che possa essere annunciato ma «Google sta vagliando diverse opportunità su più fronti». In effetti, la passione di Google per l’energia pulita non è certo una novità. L’azienda da anni ha avviato iniziative a più livelli per diventare carbon neutral.
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