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CALZATURIERO.
Il distretto del Brenta alle prese con un processo generale d’innovazione
Tacchi di lusso
Un’eccellenza italiana che, dopo aver superato la crisi, deve giocare d’anticipo per evitare di perdere professionalità e forza sul mercato globale
È uno dei settori più solidi dell’industria italiana e nemmeno il duro colpo della crisi è riuscito a incrinarne l’ossatura. È il calzaturiero (il nostro Paese, secondo solo alla Cina, nel 2008 ha esportato calzature per 11.383.657 dollari), che ha nelle imprese della Riviera del Brenta il fiore all’occhiello dell’industria della scarpa. A cavallo delle province di Padova e Venezia, in parte lungo il corso del fiume Brenta, sono disseminate 725 aziende tra calzaturifici, modellisti e ditte commerciali oggi impegnate quasi esclusivamente nella produzione di scarpe da donna di lusso. Una storia che affonda le sue radici molto lontano, oltre 700 anni fa, quando a Venezia si costituì la “confraternita dei calegheri”, associazione di artigiani calzaturieri che per una parte dell’anno seguiva i nobili veneziani in villeggiatura sulla Riviera del Brenta.

Era il 1268. Ma fu in seguito alla rivoluzione industriale (1898), grazie a Giovanni Voltan, che nacque a Stra, nel Veneziano, la prima fabbrica meccanizzata di calzature. Da allora, la cittadina di fondazione romana fu il cuore di tutte le attività che segnarono la crescita costante delle piccole fabbriche della Riviera, dalla nascita nel 1923 della Scuola per modellisti calzaturieri, ancora oggi la più quotata in Europa, fino alla costituzione nel 1961 dell’Acrib (Associazione calzaturifici della Riviera del Brenta), organo di rappresentanza e tutela degli interessi locali e delle strategie delle imprese calzaturiere.

Successivamente, in seguito al boom, fu un fiorire di piccole e medie imprese che ancora oggi restano un punto di riferimento mondiale per il settore. A partire dalla metà degli anni ’90, le aziende del Brenta furono costrette a cambiare radicalmente rotta. Il sopraggiungere sul mercato di nuovi soggetti molto competitivi (la Cina in testa), unito al cambio delle abitudini dei ceti medi, al mutamento dei costi di produzione, pose le imprese davanti a un bivio: spostare la produzione in Paesi più convenienti oppure posizionarsi nella fetta più alta di mercato.

La maggior parte scelse questa seconda opzione. Si avviarono accordi commerciali con le case di moda e cominciò la riorganizzazione degli ambienti di lavoro e dei mercati di distribuzione. «Il distretto è stato riconvertito – spiega Giampiero Menegazzo, dirigente Acrib – siamo riusciti a non perdere posti di lavoro nonostante la chiusura di 330 aziende in 12 anni.

D’accordo con il sindacato abbiamo riqualificato la mano d’opera, formando 11.000 addetti che poi sono stati gradualmente reinseriti nelle aziende rinnovate». È passato il treno del lusso e gli imprenditori locali, eredi dei maestri calzaturieri medievali, non se lo sono fatto scappare. Anche perché, col senno di poi, era l’unico modo per salvare la baracca.

Oggi, sul segmento medio, relativo alle calzature che hanno un prezzo compreso tra i 100 e i 200 euro, l’Italia non ha più mercato perché scalzata da altri Paesi. Negli anni si sono susseguiti investimenti mirati che hanno portato al risultato odierno: «La quasi totalità di scarpe di lusso da donna prodotte nel mondo oggi vengono da qui», sottolinea Menegazzo. Chanel, Christian Dior, Dolce & Gabbana, Ferragamo, Giorgio Armani, Prada sono solo alcuni dei marchi celebri prodotti nei laboratori della Riviera, che nel 2008, secondo i dati Acrib, hanno sfornato 21.815.000 paia di scarpe (28,9% rispetto al totale del Veneto e il 9,7% rispetto all’Italia).

Nello stesso anno, il fatturato ha raggiunto 1.930 milioni di euro (il 52,7% del fatturato realizzato in Veneto e il 15,67% di quello italiano). Gli addetti impiegati oggi nelle aziende dell’area sono 12.337 (di cui 7.406 nei calzaturifici e 2.777 nelle ditte preposte alla produzione di accessori). Il ciclo di produzione inizia circa un anno prima della comparsa della scarpa in vetrina: l’azienda prepara un campionario e raccoglie gli ordinativi, poi passa all’approvvigionamento delle materie prime (pellami, concerie) e avvia la produzione delle scarpe.
Marco Todarello
» Continua sul numero 7/2010






 
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