CLASSE DIRIGENTE.
Intervista a Marco Onado, economista esperto in diritto bancario
Finanza, le scuse mai fatte
Invece di chiedersi qual è il contributo del sistema finanziario alla produzione
di beni e servizi, l’èlite difende i suoi privilegi e i governi rispondono solo con
sovrattasse al sistema bancario
Il Rapporto 2010 Amc/Luiss “Generare Classe dirigente” affronta i temi finanziari, lanciando un monito molto preciso: “la classe dirigente bancaria – afferma – non ha chiesto scusa. Attenzione a non ripartire peggio di prima”. Facendo, in particolare riferimento a uno studio di James Tobin si interroga sul contributo effettivo che le élite bancarie hanno assicurato alla produttività e al benessere sociale del sistema economico. In sostanza, spiega Marco Onado: «La c o m p o - nente finanziaria della classe dirigente deve dare un contributo decisivo, anche perché ha una responsabilità particolare in quanto ha contribuito a determinare gli eccessi che hanno generato la crisi e nello stesso tempo continua a godere di livelli di remunerazione largamente superiore alla media degli altri settori».
Professore, su quest’aspetto cruciale che cosa andrebbe spiegato che è rimasto sotto traccia?
Bisognerebbe superare i paradigmi teorici che hanno portato negli anni passati a considerare che l’innovazione finanziaria porta sempre e comunque vantaggi non solo a chi l’introduce, cioè alle banche, ma all’economia nel suo complesso. Come ha detto l’attuale presidente dell’autorità britannica, Adair Turner, in un importante discorso all’università di Cambridge, questo eccesso di ottimismo nel mercato ha portato la teoria dominante a trascurare i pericoli insiti nella continua proliferazione di strumenti finanziari sempre più complessi e rischiosi e nel sottovalutare la minaccia proveniente dalla crescita senza freni del mercato dei derivati, arrivato alla colossale cifra di 600 trilioni di dollari, pari a 12 volte il Pil mondiale. corollario è stato che anche i regolatori sono rimasti vittima di questo colossale abbaglio e, come presi dal timore reverenziale nei confronti della “mano invisibile del mercato”, hanno consentito che la quasi totalità della nuova finanza (guarda caso, quella da cui è nata la crisi) si sviluppasse su terreni esterni a quelli della regolamentazione tradizionale.
Il Premio Nobel, Amartya Sen, in occasione del Forum PA, ha spiegato che il crollo della finanza rispecchia un mix perverso di avidità e ignoranza e che i vertici appaiono inadeguati a governare la complessità sociale, politica e culturale di oggi. È possibile invertire un trend che non dà spazio a quel ricambio generazionale di qualità che potrebbe fare da motore del cambiamento?
Al di là, di certe indicazioni di carattere generale dal sapore un po’ populistico, risulta ancora molto difficile oggi superare l’errore di base. Non si tratta di chiedersi se c’è più etica in un bullone o in un derivato: si tratta di ricordare che un derivato serve solo se rende più facile/conveniente la produzione di un bullone.
Fuor di metafora, questo significa che occorre sempre chiedersi qual è il contributo del sistema finanziario alla produzione di beni e servizi. Siamo ancora lontani dall’impostare il problema in questo senso. Basta considerare quanto sono ancora forti le posizioni di coloro che difendono la tesi dei banchieri secondo cui il pericolo fondamentale oggi è di essere soggetti a una nuova regolamentazione eccessiva e troppo costosa.
I politici, dal canto loro, ribattono solo invocando tassazioni straordinarie delle banche, dimostrano di saper cavalcare l’onda del populismo, ma non certo di voler impostare il problema nel senso indicato da Sen.
In seguito al crollo delle borse ha preso il sopravvento un approccio “neo-keynesiano” che ha ispirato le politiche di tamponamento e di rilancio. È questa la strategia vincente?
Non mi sembra che l’approccio attuale possa essere definito “neokeynesiano”, neppure nelle versioni più edulcorate.
L’eccessiva preoccupazione sui deficit pubblici, anche in Paesi come la Germania, con forti avanzi di parte corrente rischia anzi di avviare una spirale depressiva: l’esatto contrario di quello che il grande economista inglese avrebbe consigliato di fare. Se fosse ancora vivo, egli ripeterebbe ancora più forte quello che sosteneva a Bretton Woods: in un mondo globalizzato, occorre una visione unitaria dei problemi economici.
» Continua sul numero 7/2010