in un ambiente molto paludato e caratterizzato dalla seniority (sia come progressione di carriera, sia come stipendio e sia come sistema premiante) come la magistratura fa capolino il progetto di una “community” per l’aggiornamento continuo. Un salto di qualità di tutto rispetto per un target che risponde direttamente alle mail con la frequenza di appena qualche punto percentuale e che conosce Twitter solo per nome. Ma come mai questa novità? Secondo i più maliziosi, dopo che i governi di sinistra avevano proposto l’arrivo di un “manager” per gestire i tribunali (sul modello dei city manager per i Comuni), gli stessi magistrati hanno pensato bene di “anticipare” la situazione facendo vedere che sono loro stessi in grado di “aggiornarsi”. Da qui l’idea, per la prima volta nella storia della magistratura, di fare un corso di aggiornamento che tratti tematiche organizzative e “manageriali”.
«Si può essere bravi magistrati, ma non saper organizzare », racconta Francesco Saverio Mannino, membro togato del Consiglio superiore della magistratura, che spiega la «nuova cultura organizzativa all’interno degli uffici giudiziari». Detto in sintesi giornalistica: i magistrati tornano in aula per studiare da manager. Tutto inizia con la legge numero 111 del 30 luglio 2007 sulle modifiche alle norme sull’ordinamento giudiziario che introduce la temporaneità per gli incarichi direttivi (otto anni divisi in due tranche, con un check up intermedio) e i metodi di valutazione dei giudici passando dal vecchio sistema dell’anzianità a uno più meritocratico: «Un passaggio – commenta Ezia Maccora, membro togato del Consiglio superiore della magistratura – che ha permesso un forte passaggio generazionale dei dirigenti, consentendo di abbassare l’età dei magistrati nei ruoli direttivi di circa un decennio e il rinnovamento dei vertici di circa il 70% degli uffici giudiziari». I due consiglieri hanno lavorato gomito a gomito nel Csm in diverse commissioni.