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DILEMMI MANAGERIALI
LEADER O FOLLOWER
Inutile continuare a formare solo leader, meglio potenziare il ruolo di follower capaci e autonomi, in grado di fare squadra per raggiungere obiettivi comuni
le piramidi ricordano un perfetto prototipo della gerarchia, ma sono anche la prova che non c’è molto posto da spartire al vertice. Nella cultura manageriale ancora oggi si parla di “piramide aziendale” per definire con un’immagine condivisa la peculiarità dei posti di comando; nella cultura politica come in quella economico- finanziaria spesso si usa il termine di “incontro al vertice” indicando in questo modo un incontro al più alto dei livelli possibili. In una prospettiva di questo tipo, risulta evidente che per fare carriera e per raggiungere posizioni significative nelle organizzazioni sia necessario raggiungere il vertice e non semplicemente salire sui primi gradini della piramide. Il rimanere in queste posizioni è anzi, in molte culture organizzative, considerato sinonimo se non di fallimento, perlomeno di scarsa intraprendenza e iniziativa, quasi che tutti potessero, in una sorta di organizzazione ideale, salire fino ai vertici.

La persona che non aspira al vertice, che non sgomita per conquistare posizioni, è guardata con una certa sufficienza se non disprezzo, o, perlomeno, genera un certo sospetto. Tutti devono potere avere queste possibilità di crescita ed è giusto che ciascuno, lavorando duramente e facendo anche leva su una buona dose di autostima, parta con l’idea di potere un giorno sedersi nei posti di vertice di qualche organizzazione, diventandone il leader o uno dei leader. La realtà è però diversa e si può affermare che la piramide continua ad avere un vertice e quel vertice continua a essere la prova che lo spazio è davvero limitato a pochi.

Più che aumentare il numero dei leader, occorrerebbe invece potenziare il ruolo dei follower. Le organizzazioni e le squadre che funzionano hanno infatti “follower” capaci e autonomi, in grado di interpretare il proprio ruolo con discrezionalità, intelligenza e iniziativa.
Riccardo Varvelli, Maria Ludovica Varvelli
» Continua sul numero 3/2010






 
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