PROTAGONISTI.
Avivah Wittemberg-Cox, autrice di Rivoluzione Womenomics
Il secolo delle 3 W
Weather, Web, Women. Che le prime due fossero priorità
era chiaro, ma solo ora – con la crisi – diventiamo consapevoli
dell’urgenza economica di valorizzare il lavoro femminile
Le donne sono il motore dell’economia. Lo sviluppo del lavoro femminile è una delle grandi issues del ventunesimo secolo, il secolo delle 3 W appunto. Women, Weather, Web. Ne è convinta Avivah Wittemberg-Cox, coautrice (insieme a Alison Maitland) di Rivoluzione Womenomics, in uscita in Italia in questi giorni per i tipi del Sole 24 Ore.
La tesi del libro, già diventato un cult nel Regno Unito, è che l’integrazione e la parità di genere non rispondano solo a principi di maggiore equità sociale, ma rappresentino anche uno strumento di sviluppo economico della società. Alla base di questa teoria ci sono verifiche empiriche e misurazioni di vario genere effettuate in numerosi Paesi del mondo, dal Giappone alla Francia, dall’India agli Stati Uniti. Per contro, la discriminazione alla quale milioni di donne sono sottoposte quotidianamente (discriminazione di ruolo, di accesso al potere, di paga) influirebbe negativamente sulle economie mondiali, sia su quelle dei Paesi in via di sviluppo, sia sulle economie dei Paesi più avanzati.
Occorre dunque, secondo l’autrice, portare avanti un cambiamento culturale e antropologico per ridurre gli squilibri di genere e produrre automaticamente innalzamenti di Pil. Le chiediamo di spiegarci come.
In diversi Paesi i cambiamenti vengono imposti per legge.
Cosa ne pensa?
Ci sono differenze culturali enormi tra i Paesi del mondo e stereotipi più o meno sedimentati a livello sociale e quindi più o meno difficili da rimuovere. Le regole fatte dai governi sono importanti per avviare i cambiamenti, ma contano sino a un certo punto. Le istituzioni, in ogni caso, oltre a decretare la parità formale per legge, dovrebbero dare il buon esempio, invece molto spesso non è così.
Nemmeno in politica le donne accedono facilmente ai ruoli di comando: quando questo accade, come in Germania con Angela Merkel, è più facile avviare la rivoluzione rosa.
Si tende a pensare che i Paesi nordici siano molto più avanzati dei Paesi latini, ma in Norvegia c’è stato bisogno di introdurre imposizioni legislative per raggiungere una maggiore parità. È un banale stereotipo anche questo?
Nei Paesi latini è molto radicata la suddivisione dei compiti e il ruolo della donna come care giver, tuttavia se guardiamo all’esempio della Spagna e ai passi da gigante che ha fatto negli ultimi anni, ci rendiamo conto che nessuno stereotipo è troppo profondo per essere cambiato.
Penso anzi che gli stereotipi culturali possano evolvere rapidamente ai giorni nostri.
Su quale piano le donne sono maggiormente discriminate?
Ad esempio negli stipendi. Anche questo porta a una perdita economica perché le donne sono anche dei consumatori; si pensi che l’80% degli acquisti viene ascritto proprio alle donne.
E poi nel sistema di tassazione.
In Italia il giuslavorista Pietro Ichino propone infatti di detassare il lavoro femminile. Ma le donne che lavorano fanno meno figli?
Non è affatto così.
La sfida demografica e lo sviluppo del lavoro femminile vanno di pari passo, non sono tendenze contrastanti. Piuttosto, nei Paesi dove c’è ristagno economico e più discriminazione di genere, il tasso di natalità è più basso. Certo è importante arrivare a un’equilibrata suddivisione di compiti, a questo servono i congedi parentali per entrambi i genitori.
Con la crisi economica è andato in crisi anche il modello manageriale dominante. Pensa che oggi il dominio maschile sia meno forte?
Non credo che sia meno forte, credo però che la crisi sia stata un’occasione per accrescere la consapevolezza delle donne, per guardare a questi enormi giacimenti di talenti inesplorati e spingere le società a farne un uso migliore.
C’è una via femminile alla leadership secondo lei? Un approccio rosa al business?
Non c’è un approccio femminile al business, c’è solo un modo diverso di porsi di fronte all’altro e alle sfide.
Le skills femminili e quelle maschili sono complementari all’interno delle organizzazioni. La leadership femminile non è necessariamente migliore, anche se le donne dimostrano di avere più spirito di servizio e di saper lavorare in team. Hanno talenti e caratteristiche diverse e potrebbero essere ottimi leader se avessero più occasioni per dimostrarlo.
» Continua sul numero 3/2010