PRIVATE EQUITY.
Aumentano le operazioni a favore della crescita delle Pmi
Più industria e meno finanza
La crisi porta gli investitori verso operazioni
con un maggior contenuto industriale e di taglio più piccolo:
sul piatto 10 miliardi ancora da investire in Italia
Circa un anno fa i giornali di tutto il mondo titolavano che una delle prime vittime della crisi erano (o sarebbero stati) i fondi di Private Equity, stritolati dalle difficoltà di continuare le loro “consuete” operazioni di leverage buy out (Lbo), fino a pochi mesi prima particolarmente gradite dalle banche, da quel momento viste come fumo negli occhi. Il leverage buy out, per chi non fosse pratico del gergo sibillino dell’alta finanza, consiste nell’acquistare un’azienda con una leva di solito fino al 90%, ovvero mettendo sul piatto il 10% del prezzo di acquisto in denaro e il resto in debiti contratti per l’occasione (e se possibile fatti pagare direttamente all’azienda acquistata). Prima della crisi era uno dei sistemi preferiti per i passaggi di mano (buy out, appunto) di aziende di taglia extra large, quelle che difficilmente avrebbero trovato altrimenti compratori disposti a “sganciare sull’unghia i prezzi richiesti, a loro volta spesso gonfiati dalla facilità con cui venivano messe in atto queste acrobazie finanziarie. A un anno di distanza viene il dubbio che chi ha scritto quei titoli sui giornali abbia fatto un po’ di confusione.
Perché, se è vero che le grandi operazioni di Lbo nell’ultimo anno sono praticamente sparite, non è affatto vero che i fondi di Private Equity siano spariti con loro. La facile equazione con la bolla immobiliare (negli Stati Uniti senza mutui che finanziavano fino al 100% l’acquisto delle case i prezzi sono crollati e molti intermediari sono falliti) non aveva tenuto conto del fatto che gli operatori di questo comparto non facevano, e non fanno, solo operazioni finanziarie. E che non si tratta di “semplici” intermediari che comperano aziende e le rivendono.
Chi fa Private Equity (Pe) fa parte di un team di professionisti con competenze complesse, non solo di stregoni della finanza. Di solito le aziende le sceglie in base alle sue caratteristiche, le ristruttura, se possibile le fa crescere, in alcuni casi mette insieme realtà diverse (a livello nazionale o internazionale) per ottenere gruppi più grandi e più forti. Certo, poi ci sono anche gli operatori che fanno (o più che altro facevano) operazioni mirate soprattutto a comperare colossi per pochi spiccioli (e contraendo debiti enormi) per rivenderli sul mercato nel momento più propizio con scandalosi margini di profitto. Ma questo oggi è diventato più difficile… Invece gli operatori (e i fondi, che sono il loro strumento operativo) malgrado la batosta sembrano godere di un ragionevole stato di salute.
» Continua sul numero 1/2010