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STUDI LEGALI D’AFFARI.
La difesa della proprietà industriale e intellettuale
Il freno giustizia
A ostacolare il settore non è tanto la crisi quanto la lentezza dei processi civili. Ma la consapevolezza del ruolo strategico di marchi e brevetti è cresciuta nelle aziende italiane
Il verdetto è univoco: in Italia la legislazione sulla proprietà industriale e intellettuale è molto avanzata, molto più moderna di quanto non lo sia in altri Paesi europei o extra europei, ma la lentezza della giustizia, come una mannaia che non perdona, taglia le gambe all’applicazione delle leggi, dilata in tempi fino all’inverosimile tanto da snaturare le stesse leggi. Se si bussa alla porta degli studi legali italiani e internazionali che si occupano di proprietà intellettuale marchi e brevetti, il giudizio è questo. Sembra che si siano messi d’accordo nel fornire un’identica analisi sullo stato di salute di questo settore così vitale per i grandi marchi esposti alla concorrenza internazionale. Gianfranco Dragotti, fondatore dello studio Dragotti e associati, propone questa diagnosi: «La crisi? Direi che la recente crisi tutto sommato non ha toccato questo settore, le aziende investono nell’innovazione anche in questo periodo.

In alcuni casi gli imprenditori sono disinformati ma sanno che ormai ci sono strumenti legislativi per affrontare il fenomeno in modo serio ed efficace. Il vero problema riguarda la giustizia. Sia chiaro, il nostro sistema legislativo è molto avanzato, i casi in cui si tratta di proprietà intellettuale e industriale vanno davanti a giudici competenti e ormai ci sono organismi in grado di intervenire ad esempio nei casi di tutela».

Buon motore e ruote sgonfie

E allora che cosa non funziona? Fin qui sembra il migliore dei mondi possibili. «Il problema è quello dei tempi – prosegue l’avvocato Dragotti – e non si pensi che sia un tema secondario. Spesso si riesce a individuare i colpevoli ma poi la lentezza con la quale si dovrebbero fare valere i diritti è incredibile».

Gabriele Cuonzo, co-fondatore dello studio Trevisan & Cuonzo, dà un’immagine molto efficace del problema di cui stiamo trattando: «Per descrivere in modo semplice la situazione in cui si trova la proprietà intellettuale e industriale (Ip) in Italia si può usare l’ immagine di un’automobile sportiva (magari una Ferrari) con le ruote sgonfie. L’Italia ha un sistema normativo ormai molto moderno e sofisticato in materia di Ip. Negli ultimi 20 anni vi sono state numerose riforme (prevalentemente attraverso il recepimento di normative comunitarie) che hanno completamente trasformato il quadro legislativo preesistente rendendo il diritto italiano molto simile a quello degli altri maggiori Paesi europei.

Quindi l’Italia avrebbe a disposizione una “macchina” (cioè un tessuto normativo di Ip) del tutto adeguata alle esigenze della nostra economia. L’aspetto negativo che impedisce alla macchina di funzionare correttamente è la perdurante inefficienza della giustizia civile che fa sì che ad esempio una causa in primo grado su brevetti duri mediamente 3-4 anni in Italia contro un anno in Germania, Olanda, Gran Bretagna e Francia. Nonostante l’impegno di molti magistrati, l’eccessiva lentezza dei processi è ancora un problema irrisolto.

Le soluzioni ci sarebbero, ma manca l’attenzione da parte della politica. La recente riforma Alfano è un pannicello caldo che non porterà miglioramenti apprezzabili».

Passi avanti rispetto al passato..

Chi si dimostra ottimista nelle sue considerazioni è Roberto Valenti, socio della Dla Piper, uno dei supermarket del diritto, un vero gigante mondiale: «A parte i discorsi sulla crisi economica e finanziaria che per fortuna hanno toccato soltanto in parte la nostra attività, io credo che in Italia l’Ip sia molto cresciuto.

Io ho iniziato poco meno di 15 anni fa a lavorare in questo settore è devo constatare che tutto ciò che ruota attorno all’Ip è cresciuto enormemente. È cresciuta la consapevolezza della necessità di trattare la proprietà intellettuale come un valore aziendale e non come la ciliegina sulla torta. Tra l’altro in un’epoca di globalizzazione dei mercati, è cresciuta anche la consapevolezza che l’innovazione paga.

Una volta i servizi in questo settore erano forniti da professori specializzati, erano cioè un’attività di nicchia, oggi ci sono boutique del diritto o studi internazionali che dedicano una parte importante della loro attività all’Ip ». Questo giudizio ottimistico vale dunque anche per la tutela dei marchi. «Direi di sì.

La tutela della proprietà intellettuale è aumentata. Noi spesso parliamo male della giustizia italiana ma da noi c’è il sistema della “descrizione” che è molto efficace perché consente a un giudice di intervenire in una situazione e verificare facilmente se c’è una violazione. Insomma, da questo punto di vista abbiamo fatto dei passi da gigante.

Non è però il caso di farsi illusioni rispetto a certi fenomeni di carattere strutturale. Mi riferisco ad esempio alla concorrenza cinese in molti settori industriali. Qui non si tratta di tutela legale ma della capacità di un Paese di produrre a costi estremamente minori dei nostri».

..ma il problema è rendere effettivo il diritto

Renata Righetti, presidente della società di consulenza Bugnion, ha un’idea chiara in proposito: «Il settore della proprietà industriale sta diventando sempre più cruciale per il successo delle aziende e verso cui si stanno indirizzando, magari cercando di allargare la propria attività principale, anche a studi di consulenza con diversa formazione di origine. Teniamo conto poi che in Italia il numero di professionisti competenti nel settore è estremamente basso in rapporto a quanto avviene in altri Paesi europei. Ciò deriva in parte anche dalla scarsa comprensione della valenza strategica che i diritti di proprietà industriale e intellettuale (brevetti, marchi, design, diritto d’autore, domain names, segreti industriali ecc.) hanno nella costruzione del valore delle aziende.

La legislazione italiana? In materia di proprietà industriale e intellettuale è sostanzialmente allineata con quella degli altri Paesi d’Europa. Non dimentichiamo infatti che l’Italia aderisce a trattati internazionali e che è tenuta al rispetto delle direttive europee in materia. Ci sono certo ancora delle differenze fra le legislazioni, ma queste sono il più delle volte concentrate nella fase procedurale e non in quella del diritto tutelato.

Problema diverso è quello invece della possibilità di poter rendere effettivo un diritto con la condanna del contraffattore e il recupero dei danni subiti». Qualcuno sostiene che c’è un’emergenza con la quale fare i conti. È vero? «Se con la domanda si vuole intendere che c’è un’emergenza derivante dal dilagare di prodotti contraffatti, spesso provenienti da strutture criminali, che a loro volta producono lavoro nero, evasione fiscale, denaro sporco oltre che, in casi non residuali, rischi per la salute dell’ignaro acquirente, la risposta non può essere che affermativa: c’è un’emergenza.

In Italia la rete che produce e/o distribuisce prodotti contraffatti è estesa, ramificata, potente e non sempre percepita dal consumatore nella sua reale pericolosità sociale e sanitaria». Giovanni Francesco Casucci pone un altro tema importante a proposito del risarcimento del danno nei casi di violazione della proprietà intellettuale: «Spesso chi riesce a ottenere una sentenza a suo favore deve subito dopo constatare di aver ottenuto una vittoria di Pirro. Perché? In alcuni casi le società che dovrebbero risarcire il danno alla fine del processo sono fallite.

È per questo che è stata introdotta una misura conservativa. Misura a mio avviso molto valida ed efficace che tuttavia bisognerebbe applicare più spesso per garantire un vero risarcimento del danno evitando così di lasciare a chi si avventura in una causa per danno delle spiacevoli sorprese». E tornando sulla lentezza della giustizia italiana, Roberto Dini, amministratore unico di Metroconsult, aggiunge: «All’Italia certo non si può rimproverare nulla sulla legislazione sui brevetti.

Pensi che la prima legge sui brevetti fu fatta dalla Repubblica di Venezia. Le note dolenti arrivano quando abbiamo a che fare con la lentezza della giustizia. Sia chiaro, non voglio dire, come fa Berlusconi, che è tutta colpa dei giudici.

Credo che il difetto sia nel sistema: in Italia un processo per contraffazione dura 5 anni. In Germania grazie a una procedura molto più snella dura circa 6 mesi. Io credo che noi dovremmo imparare dal modello tedesco perché l’unico antidoto a questa anomalia, tutta italiana, è una forte accelerazione dell’iter processuale».

Più severità e preparazione

Un problema che fin qui nessuno aveva posto a proposito dei brevetti lo evidenzia Giampaolo Di Santo, socio dello studio Pavia e Ansaldo: «Come premessa le confermo un’opinione comune: la valorizza zione della proprietà intellettuale è molto cresciuta, ci sono tutte le competenze per intervenire nei casi di violazione ma proprio per questo io credo che sia necessario sottolineare un problema assai delicato: a mio parere l’ufficio europeo dei brevetti ha allargato troppo le maglie nel concedere i brevetti. Forse perché riceve compensi per ogni brevetto che approva, ma questa politica a mio parere è assai rischiosa. Non bisogna mai dimenticarsi che il brevetto è l’antidoto della concorrenza.

Ha senso se il brevetto è valido ma se la concessione di questo strumento è viziata allora si introducono delle anomalie nel mercato. Quindi io sono convinto che il brevetto vada concesso con molta severità e non con quella facilità che abbiamo notato di recente». Davide Luigi Petraz, avvocato dello studio Glp, mette invece l’accento sulla mancanza di cultura: «L’attuale legislazione italiana è sostanzialmente conforme alle esigenze sia dei titolari delle proprietà industriali, sia degli operatori professionali del settore.

Per alcuni aspetti – si pensi ad esempio ai provvedimenti cautelari in materia di proprietà industriale, o alla possibilità di agire anche penalmente – apporta dei vantaggi al sistema rispetto ad altre legislazioni quali, ad esempio, la tedesca e/o la francese. La principale nota dolente sono le Sezioni Specializzate, non in quanto tali considerate, ma per il fatto che, a titolo esemplificativo, mancano di strutture adeguate, mancano di una scuola che prepari i giudici anche per quanto espresso dalla dottrina europea. Pensiamo che – senza nulla togliere alle altre – la Sezione Specializzata di Torino sia un esempio da seguire.

Un problema in questo settore è, a nostro giudizio, la base culturale in materia di proprietà industriale che nel nostro Paese manca. Nelle università è una materia assente, soprattutto nelle facoltà scientifiche».
Bruno Perini
» Continua sul numero 1/2010






 
MERCATI / 9.2010
Le sfide dell’energia
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